Interviste e Recensioni

 

LUCA CARBONI: Musiche Ribelli
Grande Luca! Una volta tanto una raccolta di cover non si limita alla classica operazione nostalgia. "Musiche Ribelli" è una scorribanda attraverso quelli che una volta si definivano "cantautori impegnati": in altri termini, canzone d'autore. E' sufficiente sentire "Ho Visto Anche Degli Zingari Felici" (del grande Claudio Lolli) per capire il senso del disco: gli arrangiamenti ariosi e dinamici ci offrono una versione assolutamente riattualizzata di un autentico capolavoro. E' una doverosa riscoperta di un grande compositore, che ha scritto altre grandi canzoni, come "Michel" e "Vecchia Piccola Borghesia". "Venderò" ci riporta a una delle migliori ballate di Edoardo Bennato (a proposito, ma che fine ha fatto?), "Eppure Soffia" è un tributo a Pierangelo Bertoli, "Vincenzina E La Fabbrica" (di Enzo Jannacci) era la colonna sonora del film "Romanzo Popolare", con Ornella Muti e Giancarlo Giannini (che andai a vedere al mitico Cinema Rossini a Serravalle, dove oggi c'è il Teatro Da Ponte, era più o meno il 1975...). "Musica Ribelle" di Eugenio Finardi era un inno delle prime radio private (all'epoca si chiamavano "radio libere"), nel pieno del movimento studentesco '77, "Raggio Di Sole" (stupenda!) e "La Casa Di Hilde" (ermeticamente dylaniana) sono un doppio omaggio al miglior Francesco De Gregori, "Up Patriots To Arms" è uno dei più convincenti episodi pop di Franco Battiato, "L'Avvelenata" è un controverso sfogo del più arrabbiato Francesco Guccini, all'epoca bandito dalla radio di Stato per il testo a dir poco esplicito (peggio di Fabri Fibra...). "Quale Allegria" è un imperdibile capitolo del prestigioso repertorio del mitico Lucio Dalla, una canzone sofferta e disincantata, che sembra scritta ieri... e invece sono passati una trentina d'anni! Un disco bellissimo, Luca Carboni è un ottimo e rispettoso interprete di indimenticabili classici, il lavoro è davvero convincente sotto ogni aspetto. Un piacevole ritorno al passato. Ma soprattutto l'occasione per riscoprire un mondo (musicale e non) che non c'è più. Purtroppo. MANUEL GENTILE

MASSIMO BUBOLA: Dall'Altra Parte Del Vento
Un omaggio al grande Fabrizio De Andrè da parte di un musicista che ha condiviso con il cantautore genovese un'esperienza artistica preziosa e indimenticabile: Massimo Bubola dedica un album all'amico di un tempo, ripescando quattordici episodi di una collaborazione che ha lasciato un segno indelebile nella storia della canzone d'autore italiana di tutti i tempi. Dalla struggente vicenda di "Rimini" (che intreccia la storia di Cristoforo Colombo a quella di una qualsiasi figlia del droghiere, la Teresa dell'Harris Bar, passando tra la Santa Inquisizione e la rivoluzione a Cuba...), alla rievocazione, in "Fiume Sand Creek", del massacro dei pellerossa e della battaglia di Little Big Horn (dove gli indiani si vendicarono del celebre generale Custer) ogni momento di questo disco rievoca storie universali, che rivivono di straordinaria attualità. "Una Storia Sbagliata" racconta di Pierpaolo Pasolini e dei "ragazzi di vita" ("...storia diversa per gente normale, storia comune per gente speciale..."), "Hotel Supramonte" ripropone il fatto di cronaca del rapimento in Sardegna di Fabrizio e della moglie Dori Ghezzi, "Andrea" ci parla di un diverso che "...si è perso e non sa tornare...", "Sally" è un dramma esistenziale di chi ha imboccato una strada che non sa dove porterà ("...dite a mia madre che non tornerò..."). "Volta La Carta" e "Zirichiltaggia" sono gioiose filastrocche, "Se Ti Tagliassero A Pezzetti" è una favola "noir" (dove la vittima cammina fianco a fianco al suo assassino...), "Don Raffaè" è una gustosa macchietta del dialogo tra un detenuto camorrista e il suo secondino. Cosa dire ancora? Massimo Bubola, compositore sensibile e intelligente, non poteva fare miglior omaggio a Fabrizio De Andrè, personaggio controverso e scorbutico, capace di rendere nelle sue interpretazioni l'immagine di un'umanità dolente, fatta di poveri, di emarginati, di soggetti tormentati. Un'immagine che Massimo ha saputo nel tempo tradurre nella magia della simbiosi con Fabrizio, realizzando i piccoli gioielli sonori che rendono questa opera assolutamente imperdibile per chi riesce ancora a commuoversi riascoltando le storie di Sally, di Teresa, di Andrea... . Grazie Massimo!. MANUEL GENTILE

NAPALM DEATH: Time Waits For No Slave
Clamoroso ritorno dei Napalm Death: il gruppo che ha inventato il grindcore ci spara addosso un disco violentissimo, senza compromessi. "Time Waits For No Slave" concentra in quattordici titoli (sedici nell'edizione deluxe) l'essenza del metal più estremo, un suono devastante che trova nel singer Barney Greenway e nella sua banda i migliori e più quotati interpreti. Questo disco vi sfonderà le casse dello stereo! Una sequenza di brani mozzafiato, all'insegna del deathcore meno indulgente, dove solo a tratti si aprono sporadiche parentesi cadenzate, in chiave "mosh". Messe almeno temporaneamente da parte le ispirazioni "industrial", i Napalm Death 2009 tornano al suono primordiale delle origini, arricchendo con studiata tecnica schemi compositivi immediati quanto essenziali. A farla da padrone è la chitarra del mitico Mitch Harris (quanti anni che non ci si vede...), che produce un riffing inesorabile e inarrestabile. La sezione ritmica offerta dal bassista Shane Embury e dall'invasato drummer Danny Herrera è una travolgente sintesi di potenza e vigore, con scorribande alla velocità della luce e stacchi da cardiopalma. Sonorità corpose, sature al limite del rumore. Un frastuono assordante, una corsa sul filo della follia più incontrollabile. I testi, al solito incentrati sul declino della civiltà nelle sue più esplicite manifestazioni (guerre, sete di potere, corruzione...) hanno un carattere decisamente angosciante, e il buon Barney li declama con una forza espressiva impressionante, una vera forza della natura, un tornado che si abbatte spazzando via ogni cosa. Le atmosfere sono cupe, plumbee, a tratti minacciosamente epiche. "Strong Arm", "Work To Ruke", "Life And Lamb" si susseguono in un vero e proprio bombardamento a tappeto, una missione distruttiva che abbatte deliberatamente ogni ostacolo. La title track è un concentrato di rabbia disperata, un manifesto di totale anarchia. Lo stile Napalm Death è inconfondibile, racchiude idealmente Iron Maiden e Dead Kennedys, Discharge e Crass. Da ascoltarsi a volume altissimo, esagerato! MANUEL GENTILE

GIORGIO BARBAROTTA: Al Centro Del Labirinto
Nuovo lavoro per Giorgio Barbarotta, musicista e scrittore trevigiano, che torna in scena con l'album "Al Centro Del Labirinto", tredici nuove canzoni che spaziano dal folk al blues, confermandolo come una figura emergente della canzone d'autore italiana, con una non indifferente esperienza di concerti dal vivo in Italia e all'estero. Dopo l'esordio solista di "Schegge (Di Vita Propria)" del 2005, questa è la seconda tappa della carriera in proprio di questo ecclettico compositore. Lasciatosi alle spalle l'esperienza rock dei Quarto Profilo (con cui ha inciso quattro albums dal 1995 al 1992), Giorgio Barbarotta ha sviluppato uno stile che, senza rinnegare il passato, si arrichisce di nuovi spunti creativi, risultando decisamente originale. In particolare, l'uso di strumenti come chitarra acustica e violino danno un tono decisamente particolare alle sonorità di questo disco, valorizzate da arrangiamenti essenziali quanto eleganti, e da preziosi spunti melodici. Dai momenti più ritmati (come "Eldorado" e "Balcanica") a quelli più rilassati (come la bellissima "Non E' Ancora Buio", con un'armonica indiscutibilmente dylaniana), la musica scorre piacevole e rilassata, orecchiabile e mai banale. Si passa da episodi fortemente intimistici (l'ermetica "Fuochi Di Bivacco"), ad altri apertamente solari ("Tra La Seta E La Luna"), che ricorda tanto classici senza tempo come la "Franziska" della premiata ditta De Andrè/Bubola, o come la spagnoleggiante "Gente Di Almeria", degna del miglior Willy De Ville. Un insieme di influenze ben amalgamate, che si armonizzano con gusto ed equilibrio, rivelano l'autorevole personalità di un artista ispirato e preciso, che cura minuziosamente ogni particolare delle sue opere. Un'ottimo lavoro di produzione esalta una proposta di qualità, semplice quanto immediata, mai autocompiacente, che rinnova la tradizione dei cantautori italiani con risultati assolutamente convincenti. MANUEL GENTILE

GIORGIA: Spiritolibero – Viaggi Di Voce 1992-2002
Quella di pubblicare compilazioni antologiche arricchite da qualche brano inedito o live è ormai diventata una frequente (e talvolta discutibile) strategia discografica. Nel caso di Giorgia, l'operazione è decisamente interessante: "Spiritolibero" ripercorre in quarantaquattro brani raccolti in tre compact discs una carriera poco meno che ventennale, un percorso artistico ricco di spunti interessanti e originali. Giorgia è un personaggio decisamente particolare della scena musicale italiana. La sua voce calda e sensuale ben si adatta a uno stile che, partendo da un'inconfondibile ispirazione blues, sconfina in territori jazzistici, senza mai abbandonare la classica matrice melodica che ha reso celebri canzoni "Come Farei", "E Poi", "Tradirefare" e tante altre. La qualità delle collaborazioni di Giorgia, da Mina a Herbie Hancock, da Pino Daniele a Elio & Le Storie Tese, non è da meno di quella degli autori che hanno scritto per lei, su tutti Zucchero ed Eros Ramazzotti. A impreziosire questa raccolta vi sono un paio di inediti, tra i quali "Per Fare A Meno Di Te" (ad alta rotazione radiofonica), alcune registrazioni dal vivo, nuove versioni di titoli già conosciuti. In definitiva, una selezione intelligente e accurata di alcuni dei migliori episodi di un repertorio pieno di successi. Giorgia è interprete elegante e raffinata, sensibile e intimistica, che trova la sua più efficace espressività in una dimensione teatrale, piuttosto che in quella delle oceaniche platee dei megaconcerti. Questa eterogenea collezione offre un panorama esauriente per avvicinarsi a Giorgia attraverso le diverse fasi del suo percorso nel'universo canzonettistico, mentre per chi già la conosce bene è l'opportunità di scoprire nuovi profili di una cantante in costante evoluzione creativa, capace di riproporsi con rinnovata vena ed entusiasmo. Un lavoro decisamente indovinato, che apre la strada al futuro di Giorgia, in attesa di risentirla con un nuovo album che è già atteso con ansia e trepidazione dal pubblico fedele che lei ha saputo nel tempo conquistare, con il fascino della semplicità e dell'immediatezza. MANUEL GENTILE

BRUCE SPRINGSTEEN: Working On A Dream
Una nuova uscita del Boss non può passare inosservata: "Working On A Dream" è il ventiquattresimo album di Bruce Springsteen, come in tante altre occasioni accompagnato dalla mitica E-Street Band. Messe da parte le suggestive escursioni nei territori folk che hanno prodotto lavori encomiabili come "Live In Dublin" e l'omaggio a Pete Seeger e alla musica tradizionale di "We Shall Overcome", Bruce Springsteen torna alle ballate rock con dodici canzoni (tredici nella special edition) registrate tra Atlanta e New York, tra Los Angeles e il New Jersey. Il precedente album "Magic", di grande livello qualitativo, era in ogni caso un lavoro di transizione. Abbandonata la drammaticità di "The Rising" (concepito all'epoca dell'attentato alle "due torri") e i toni crepuscolari di "Devils And Dust", il nuovo disco di Bruce Springsteen è – fin dal titolo – un disco che lancia un messaggio di ottimismo e di speranza, a tratti solare. La voce del Boss si è addolcita nel corso degli anni, mantenendo peraltro un vigore ineguagliabile. Il gruppo offre una compatta base sonora, elegantemente essenziale, che ci riporta ai tempi di "Born To Run". I temi lirici del disco sono, neppure troppo velatamente, legati alla realtà contemporanea e ai grandi cambiamenti in atto: la title track è un'espressa dedica al nuovo Presidente, quell'Obama che Springsteen ha apertamente sostenuto in campagna elettorale, come tanti altri artisti. E' il "sogno americano" che rinasce orgogliosamente, sotto la luce positiva del rinnovamento e di un nuovo corso che auspica un futuro migliore. Bruce Springsteen è, in senso buono, un nazionalista convinto, a stelle e strisce, il che non gli ha impedito in passato di criticare le contraddizioni della sua amata patria, come in "The River" e nel controverso "Born In The U.S.A.". La voglia di pace e di giustizia sono sentimenti universali. Possiamo condividerli con il Boss? YES, WE CAN! MANUEL GENTILE

AIMA VENERA LANDSCAPE
Grandioso esordio degli Aima Venera Landscape: in poco più di un quarto d'ora i sei ragazzi veneti si rivelano una sorprendente realtà del post hardcore, dimostrando un'insospettabile maturità stilistica che li colloca decisamente oltre il ruolo di semplici promesse. Il loro mini album è un breve ma significativo esempio di come è possibile rielabolare risapute strutture sonore esprimendo soluzioni sorprendentemente originali. Se la base di partenza rimane il classico suono alla Neurosis (nome di riferimento del genere), gli sviluppi compositivi si orientano verso inediti percorsi che spaziano dal death metal più evoluto a inconsuete escursioni armoniche. Una ritmica potente e lineare fa da base a riffs chitarristici devastanti, dove peraltro si evidenzia costantemente una preziosa quanto elegante attitudine, ben espressa del resto negli accurati arrangiamenti vocali, in cui lo screaming (voce urlata) ben si alterna con il cantato più classico, senza alcun avvertibile contrasto. "My Hands Will Burn First" riassume in una rapida e travolgente sequenza di variazioni ritmiche l'essenza inquieta dell'anima del gruppo, miscelando il thrash ultratecnico ad aperture quasi "gotiche". "Nicholas" è una vera e propria suite, dove si alternano imponenti assalti del metal più pesante a inaspettate parentesi di ipnotica trance music, splendidamente amalgamati lungo un affascinante percorso che si snoda progressivamente senza soluzione di continuità. "Glances" è un connubio tra il fragore chitarristico più efferato e aperture melodiche che non è esagerato collegare a riferimenti classicheggianti. Tecnicamente ineccepibile, il mini album degli Aima Venera Landscape è la prova di come anche un'autoproduzione possa esprimere alla grande autentici talenti artistici. Si può solo immaginare cosa potrebbe realizzare questo gruppo in futuro... Intanto, le premesse sono davvero esaltanti. Una gradita sorpresa! MANUEL GENTILE

SAXON: Into The Labyrinth
Il 2009 si apre con il ritorno discografico dei Saxon, insieme agli Iron Maiden il gruppo più prestigioso della cosiddetta New Wave Of British. Heavy Metal, corrente stilistica del rock più duro che dagli inizi degli anni Ottanta dilagò dalla vecchia Europa anche oltreoceano, influenzando nientemeno che i leggendari Metallica: è ben noto che i "four horsemen" californiani hanno costantemente indicato come imprescindibile punto di riferimento il classico suono inglese. Nel corso della loro lunga carriera i Saxon hanno sempre mantenuto un ottimo livello qualitativo delle loro produzioni, ma il nuovo album segna una tappa fondamentale nella loro inarrestabile evoluzione: "Into The Labyrinth" è un eccellente lavoro, splendidamente curato in ogni particolare, ben suonato con la giusta energia. Una dozzina di nuovi brani nel segno della tradizione, che ripropongono potenza e melodia ben amalgamate, risultando sorprendentemente attuali. Dall'iniziale "Battalions Of Steel", elegantemente maestosa, alla splendida "Live To Rock" (il cui titolo dice tutto), i Saxon elaborano composizioni ben strutturate, arricchite di preziosi virtuosismi tecnicamente ineccepibili, valorizzate da una produzione semplicemente perfetta. Chi li ha seguiti nel corso del tempo rimarrà pienamente appagato dalla loro incredibile capacità di rinnovarsi e di risultare al passo con i tempi, senza rinnegare in alcun modo le proprie gloriose origini. Intendiamoci, non c'è da parte del guppo nessuna concessione ad autocompiacenti nostalgie, solo l'impegno di proseguire orgogliosamente un percorso che si snoda attraverso una mirata scelta di atmosfere e sonorità inconfondibili, che spaziano da una dimensione epica di brani come "Valley Of The Kings", a quella più introspettiva di ballate come "Voice". Una grande prova per un gruppo che ha scritto pagine indimenticabili dell'heavy metal, e che aggiunge un nuovo grande capitolo a una straordinaria epopea. MANUEL GENTILE

FIORELLA MANNOIA: Il movimento del dare
Primo album di inediti di Fiorella Mannoia dopo un'attesa durata sette anni, durante i quali la veterana artista ha spaziato dall'interpretazione di grandi successi di nomi prestigiosi della scena musicale a sperimentazioni stilistiche talvolta decisamente sorprendenti (come i ritmi caraibici dell'album "Onda Tropicale"). Circondata di validi collaboratori, fra i quali Jovanotti, Tiziano Ferro, Pino Daniele e Franco Battiato, Fiorella Mannoia realizza un lavoro che delizierà senza riserve i numerosi cultori della canzone italiana d'autore. "Io Posso Dire La Mia Sugli Uomini" (di Ligabue) è il brano di apertura e il primo singolo estratto da questo disco, comprendente dieci titoli di livello più che dignitoso, che riportano sulla scena un personaggio sempre in grado di offrire eleganti interpretazioni di melodie intensamente intimistiche. Svincolata dall'altalenante avvicendarsi delle mode, Fiorella Mannoia ripropone ancora una volta i profili della sua spiccata personalità, che le consente di risultare sempre attuale, fedele a una linea espressiva ben delineata e dai tratti comunque inconfondibili. Inutile aspettarsi grosse sorprese o imprevedibili novità: con con questa nuova opera Fiorella Mannoia mette da parte le escursioni in territori nuovi, per ripercorrere le strade a lei consuete di delicate armonie, ricche di sentimento e di passione che si manifestano in atmosfere sfumate, spesso profondamente meditative. Ritmi blandi quindi, e quella particolare dolcezza lirica riscontrabile in tantissimi degli episodi che hanno caratterizzato una lunga e fortunata carriera: si pensi a grandi successi come "Il Cielo D'Irlanda" o "I Venti Del Cuore". Oggi Fiorella Mannoia è una protagonista indiscussa di un universo canzonettistico nel quale lei ha autorevolmente imposto la sua innata classe, guadagandosi con merito le attenzioni e i consensi della critica, che le riconosce a pieno titolo un ruolo di assoluto rilievo: tutto ciò grazie anche alle numerose esibizioni concertistiche, che vantano un fedele e appassionato seguito di un pubblico esigente quanto affezionato. Un ritorno gradito che merita attenzione. MANUEL GENTILE

ANNA TATANGELO: Nel mondo delle donne
Se con il precedente lavoro "Mai Dire Mai" Anna Tatangelo aveva inaspettatamente rivelato un'insospettata personalità, il nuovo album "Nel Mondo Delle Donne" la consacra interprete elegante e raffinata. A distanza di circa un anno, il ritorno di Anna Tatangelo è l'occasione per apprezzarne la raggiunta maturità artistica, attraverso un percorso lirico che si snoda nella successione di diversi ruoli di donna tracciati in ciascuno degli episodi che compongono questo straordinario album: undici brani (fra i quali "Sarai", in duetto con Gigi D'Alessio, e la notevole cover di Domenico Modugno "Al Posto Mio"), sonorità di inconfondibile matrice mediterranea, con riferimenti alle produzioni del già citato Gigi D'Alessio e di Nino D'Angelo, una rara accuratezza negli arrangiamenti (del resto già riscontrata in "Mai Dire Mai"), ove una misurata essenzialità evidenzia con grande efficacia le parti vocali, nelle quali le doti canore di Anna Tatangelo si manifestano in tutta evidenza. Abbandonate le tematiche sentimentalistiche degli esordi, i testi di queste canzoni si collocano in una dimensione di più ampio respiro, nella quale l'espressività interpretativa di Anna evoca profonde emozioni e inquietudini. Sicuramente un risultato al di là di ogni aspettativa. Tutti i brani catturano l'attenzione, da "Va' Da Lei" a "Rose Spezzate", e le canzoni si susseguono senza cali di tensione, sul filo di una trama affscinante e seducente. Se è lecito prevedere un buon riscontro commerciale di questo album, deve altresì evidenziarsi la qualità compositiva dei titoli, che segnano un'evoluzione stilistica destinata a perfezionarsi ulteriormente negli sviluppi futuri. "Nel Mondo Delle Donne" è un'eccellente capitolo della scena musicale italiana al femminile, ben concepito e strutturato, realizzato con una preziosa sensibilità e non privo di spunti creativi di notevole spessore. Un ottimo disco. MANUEL GENTILE

GUNS N' ROSES: Chinese Democracy
Un ritorno molto atteso: forse troppo. Quattordici anni per un disco. Risultato? Deludente. Costo dell'opera? Tredici milioni di dollari. Buttati via. L'unica cosa certa è che i tempi di "Appetite For Destruction" e "Use Your Illusion" sono ormai definitivamente tramontati. Che musica fanno i Guns N' Roses versione 2008? Bella domanda. Per sgombrare il campo dagli equivoci indotti da "critici" musicali illuminati, è bene precisare che in questo disco non c'è traccia di heavy metal. Si potrebbe definirlo un pop rock a tratti pomposo e autocompiacente, privo della giusta energia nei momenti aggressivi, sdolcinato fuori misura nelle ballate. Compositivamente inutile. Il gruppo suona bene, e la produzione è all'altezza delle aspettative. Ma alla fine dell'ascolto è difficile ricordarsi anche uno solo dei quattordici brani, troppi, e troppo monocordi, appiattiti da grande magniloquenza tecnica inversamente proporzionale alla vena creativa. Due recenti ritorni sulla scena del rock (AC/DC e Metallica) hanno avuto esiti ben differenti. Ma la classe o uno la ha, oppure non se la può inventare! Axl Rose e la sua banda sono dei bravi mestieranti, soppravalutati e incensati oltre misura. Avevano già impietosamente straziato la povera "Knockin' On Heavens Door" di Bob Dylan. Si erano arrampicati sugli specchi di altre covers ("Spaghetti Incident") per riscattare la loro miserabile pochezza. Non sorprende pertanto ritrovare qui una formula stilistica ripetuta all'infinito, musica plastificata, priva di anima. E' cento volte più rock Vasco. Non tanto per le sonorità, ma per lo spirito. Questi suonano come se lavorassero in catena di montaggio. Noiosi, ripetitivi, stucchevoli. Ci sono rockettari che sono "cattivi", altri che giocano a fare i "cattivi", loro non riescono neppure a fingere bene. La gloria del nome garantirà un buon posto in classifica, ma ho l'impressione che questi signori si siano giocati (male) l'ultima carta della loro credibilità. Il rock non abita più qui. MANUEL GENTILE

FRANCO BATTIATO: Fleurs 2
Terzo capitolo di una serie di albums nei quali Franco Battiato interpreta brani di altri autori, ripescando classici della canzone degli ultimi decenni. "Era D'Estate", un vecchio successo di Sergio Endrigo del 1963, è senza dubbio uno dei titoli che colpisce maggiormente al primo ascolto: l'eclettico musicista siculo ne offre una delicata versione, ricca di quel fascino malinconico che ha caratterizzato una buona parte del suo repertorio degli anni ottanta (chi si ricorda "Gli Uccelli" o "Prospettiva Nevski"?). Stupisce sentirlo cimentarsi in "It's Five O'Clock" degli Aprodithe's Child o in "Bridge Over Troubled Waters" di Simon & Garfunkel, non meno che in copioni impegnativi come "Et Maintenant" (resa celebre da Gilbert Becaud). C'è un inedito ("Tutto Obbedisce All'Amore"), in duetto con Carmen Consoli, non manca un omaggio alla compianta Giuni Russo ("L'Addio", del 1981). Un lavoro ricco di spunti curiosi e interessanti, ma complessivamente lontano dalle migliori opere dell'artista. Sarà per l'eterogen eità del repertorio, o per certe innegabili pecche formali del Nostro (la cui pronuncia dell'inglese e del francese è – a dir poco – scolastica), ma alla fine il disco scorre via senza particolari acuti, nello spirito di una rassicurante routine. Franco Battiato svolge diligentemente il suo compitino e si prende la sufficienza, ma forse da lui era lecito aspettarsi qualcosa di più. La sua classe è innegabile, ma l'impressione è che il repertorio di questo disco sia stato assemblato quasi casualmente, senza un preciso filo conduttore, con arrangiamenti ed esecuzioni talvolta discutibili, come risulta inevitabile passando da un soulman come Otis Redding all'ascetico e mistico Juri Camisasca (tanto per citare altri due autori qui ripresi da Battiato). Complessivamente "Fleurs 2" è una raccolta che alterna episodi più o meno riusciti, tenuta comu nque a un livello costantemente più che dignitoso dal mestiere e dal talento di un autentico protagonista della scena musicale italiana. MANUEL GENTILE


THE POLICE: The Police - Certifiable
A volte ritornano... insieme! Cosa può spingere i membri di un gruppo ormai sciolto da anni a decidere di riunirsi per un tour mondiale di concerti accompagnato dalla pubblicazione un doppio CD/doppio DVD? La risposta più maliziosa, nel caso dei Police, è che le carriere soliste dei vari Sting, Andy Summers e Stewart Copeland non hanno dato le stesse soddisfazioni ottenute lavorando precedentemente al medesimo progetto. Dei tre, il solo Sting può vantare un certo riscontro a livello commerciale delle sue produzioni, ben lontano comunque dai fasti della mitica formazione. Come direbbe allora più diplomaticamente il buon Vincenzo Mollica al TG1 di mamma Rai, la vera ragione è che l'unione fa la forza. E che forza! Il nuovo doppio album propone l'intero concerto tenuto al Riverplate Stadium di Buenos Aires, dove non possono mancare classici come "Message In A Bottle", "Walking On The Moon" e "Every Breath You Take". L'energia che sprigiona lo scatenato terzetto è invidiabile, come se fossero ancora i tempi di "Outlandos D'Amour" o di "Regatta De Blanc", dischi memorabili per quella unica e fantastica miscela di reggae e punk rock, canzoni assolutamente innovative, con ritmiche inconsuete quanto accattivanti, e quella voce di Sting così inconfondibile, vero e proprio manifesto della band. Il gioco di squadra insomma funziona meglio degli spunti individuali. Oggi i Police dimostrano di non essere un'icona del passato, ma di sapersi ancora esprimere ai massimi livelli, riproponendo uno stile che a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta rappresentò un'autentica novità nel variegato panorama della "new wave", ma che ancora adesso risulta originale e inimitabile. Il carattere e la personalità di ciascuno sono indiscutibili e, per quanto le loro carriere abbiano preso direzioni diverse, non può che far piacere rivederli almeno temporaneamente riproporre qualcosa in comune. Un lavoro altamente professionale e di qualità. pubblico si aspetta... MANUEL GENTILE


DAVID GILMOUR – Live In Gdansk
Pink Floyd in tutte le salse. Da quando l'annosa diatriba tra David Gilmour e Roger Waters ha segnato tristemente la fine dell'epopea di una delle più grandi rock band di sempre (sfociando dapprima nella velenosa schermaglia a distanza delle reciproche interviste, per approdare successivamente alle aule dei tribunali), i due baldi contendenti hanno fatto a gara per saccheggiare quanto più potevano il repertorio classico del gruppo per le scalette dei propri concerti solisti. L'ultimo capitolo di questa bieca operazione di "autosciacallaggio" è il nuovo live di David Gilmour il quale, per questa data in Polonia del 2006, non si è fatto scrupoli di riesumare, fra le altre, "Astronomy Domine" (del 1967) e "Fat Old Sun" (del 1970). Niente da dire sulle scelte, visto che – con tutto il rispetto – tra i grandi successi dei Pink Floyd e la produzione attuale del buon David vi è compositivamente parlando un abisso incolmabile. Resta il sospetto di un'accurata operazione nostalgia. La recente scomparsa di Richard Wright ha definitivamente archiviato la flebile speranza di rivedere una riunione al gran completo dei Pink Floyd, avvenuta occasionalmente in un Live Aid di qualche anno fa. E allora la formula del riciclaggio funziona, anche perchè in pochi andrebbero a un concerto di Waters o Gilmour senza l'aspettativa di riascoltarsi l'ennesima riproposizione di "Wish You Were Here" o "Confortably Numb". Detto questo, il disco in questione – supportato pure dal formato video dvd – è eccellente, suonato e prodotto al meglio, come era lecito aspettarsi. David Gimour si circonda, al solito, di eccellenti musicisti e, in alcuni brani, addirittura di un'orchestra sinfonica. Tutto alla grande, tutto molto pinkfloydiano! In fondo, quello che il pubblico si aspetta... MANUEL GENTILE


THE CURE: 4-13 Dream
Esistono degli artisti che hanno uno stile inconfondibile, una personalità che si manifesta con disarmante immediatezza. I Cure si riconoscono fin dalle prime note di ogni loro brano, perchè "quella" voce, melodiosamente lamentosa, e "quella" chitarra sono un inimitabile marchio di fabbrica. Il tempo scorre inesorabilmente impietoso anche per loro: Robert Smith, un tempo bel tenebroso dark frontman, idolo spezzacuori delle introverse nerovestite ragazzine degli anni ottanta, è oggi un grasso signore di mezza età, dalla flemma tipicamente inglese, che non rinuncia peraltro a immedesimarsi tuttora nell'icona gotica che lo ha reso celebre: ed ecco il buon Robert cotonarsi i sempre più radi capelli, trasfigurare il suo viso con un trucco marcato quanto improbabile... . Eppure, nei Cure edizione 2008 non c'è niente di patetico o di scontato. "4-13 Dream" è un album di tutto rispetto, il migliore dei Cure da parecchi anni a questa parte, tredici nuovi titoli ricchi di tensione emotiva che ripropongono la ricetta vincente del dark rock che giustamente si identifica in loro: epica malinconia, atmosfere introspettive, un pizzico di elettronica psichedelia. Mentre Cult o Sister Of Mercy sono ormai relegati ai lontani ricordi di un tempo passato, mentre anche i New Order hanno da poco gettato la spugna, il viaggio dei Cure si arricchisce di una nuova tappa di una ultratrentennale carriera, che ha conosciuto i fasti del grande successo, come un dignitoso percorso lungo il viale del tramonto, che peraltro Robert Smth & co. sembrano voler indefinitamente prolungare. Hanno scritto un capitolo importante nella storia della new wave, riescono tuttora a riproporsi con ammirevole onestà, senza stravolgere il loro suono, senza snaturare l'essenza di un progetto che mantiene immutato il seducente fascino degli esordi, quando i "three imaginary boys" sconvolsero positivamente la pigra e autocompiacente scena musicale britannica... MANUEL GENTILE


ZUCCHERO: Live in Italy
Doppio album di Zucchero registrato dal vivo nelle sue più recenti esibizioni italiane: il bluesman per eccellenza ripercorre il suo repertorio, con un occhio di riguardo alle produzioni più recenti: ottima la selezione dei brani, sicuramente il meglio della sua carriera. Sostenuto da un gruppo di musicisti assolutamente impeccabile, Zucchero ribadisce la sua felice ispirazione sul palco, che lo vede valorizzare al massimo ogni capitolo della sua prestigiosa discografia. Assieme a Vasco Rossi e Ligabue, Zucchero fa parte di diritto di quella ristretta cerchia di artisti nazionali che più degli altri riescono a trasformare il concerto dal vivo in un grande evento, in un qualcosa di unico e speciale, anche nella cornice di un grande stadio. "Dune Mosse", "Occhi", "Un Kilo", scorrono veloci ed essenziali, con arrangiamenti che nulla fanno rimpiangere delle versioni originali di studio. "Pippo", "Senza Una Donna", "Il Mare Impetuoso Al Tramonto..." ci riportano indietro nel tempo, ma sono sempre efficaci e straordinariamente attuali, autentici classici senza tempo. Qualche cover di grande livello ("Wonderful Life" su tutte) arricchisce una scaletta equilibrata che spazia dall'aggressività del rock agli armoniosi spunti melodici che hanno reso celebre lo stile inconfondibile di uno dei nomi fondamentali della musica italiana da vent'anni a questa parte. "Live In Italy" si compone di due compact discs, e due video dvd con le più belle immagini riprese in due diverse date di un tour da annoverare tra i più importanti della gloriosa carriera del Nostro, anche per aver immortalato nella dimensione live alcune delle più celebri composizioni di "Fly", forse il più riuscito album di studio di Zucchero, un lavoro di grande maturità espressiva che meritava la riproposizione alle grandi platee che hanno fatto da cornice a una serie di appuntamenti irripetibili. Aspettando qualcosa di nuovo dal songwriter emiliano, "Live In Italy" è una deliziosa e imperdibile antologia di canzoni indimenticabili. MANUEL GENTILE


GIUSY FERRERI: Gaetana
"Non Ti Scordar Mai Di Me" poteva essere il classico tormentone estivo destinato all'oblìo dopo i primi temporali di agosto, ma chi aveva ritenuto Giusy Ferreri un'evanescente meteora stagionale adesso dovrà necessariamente ricredersi. "X Factor" appartiene ormai al passato. L'album d'esordio della cassiera di supermercato più desiderata d'Italia è una splendida realtà, destinata a imporre Giusy Ferreri come un'indiscutibile e autorevole presenza nella nuova scena artistica nazionale. "Gaetana" offre tredici titoli di livello impressionante dal punto di visto compositivo, che esaltano la grande voce di Giusy, capace di scatenare intense emozioni anche perchè sostenuta da una produzione e da arrangiamenti semplicemente perfetti. La collaborazione con Tiziano Ferro e Sergio Cammariere arricchisce di contenuti un lavoro sapientemente equilibrato, scorrevole, orecchiabile, ma ben lontano dalle banalità di facile ascolto. Il blues la fa da padrone, ma le influenze che confezionano la ricetta vincente di questo disco sono varie e quanto mai eterogenee. Giusy Ferreri ricorda Mia Martini, la Fiorella Mannoia dei tempi migliori, l'eterna Janis Joplin! Energia e potenza, ma tantissima melodia, armonie intriganti e ritmi irresistibili. "La Scala", di Linda Perry, vale da sola il disco, ma "Novembre", "Passione Positiva", "Pensieri", sono già dei piccoli classici. Canzoni superbe, con liriche di grande spessore, interpretate con passione e sentimento. E' l'espressività più che la tecnica vocale a fare di Giusy Ferreri un personaggio accattivante, e a rivelare una personalità forte e ben delineata, che è in fondo il motivo di un successo inaspettato quanto meritato. "Non Ti Scordar Mai Di Me"... mai titolo è stato più azzeccato! MANUEL GENTILE


NEGRITA: Helldorado
Ho conosciuto (telefonicamente) i Negrita una ventina di anni fa, una sera d'estate nella quale, durante un tour, il gruppo si trovava in furgone a transitare lungo la famigerata tangenziale di Mestre, e casualmente l'autoradio mandava le note del mio radio show "Nashville Skyline". Mi chiamò il cantante che mi chiese se poteva mandare il demo da trasmettere a Radio Vittorio Veneto (richiesta – ovviamente – accolta con entusiasmo)! Dopo questa doverosa autocitazione (degna del miglior Mourinho...), eccoci al nuovo album, che a un primo frettoloso ascolto sembra decisamente buono. La nota distintiva dei Negrita versione 2008 è l'attaccamento ai tratti distintivi del proprio stile, in particolare negli arrangiamenti ritmici e vocali. Questo, peraltro, non impedisce al gruppo di proporre canzoni in ogni caso attuali e spesso piuttosto originali. Dodici titoli del miglior "combat rock", per quello che valgono le etichette. Sicuramente un disco molto vicino allo spirito del mito Clash, ma sempre indiscutibilmente costruito su un'elaborazione decisamente personalizzata delle influenze esterne. Le canzoni dei Negrita sono sempre trascinanti, movimentate, accuratamente rifinite, strutturate con mestiere e innegabile competenza. Resto convinto che un gruppo come questo trovi la propria dimensione ideale nelle esibizioni dal vivo, dove si evidenzia maggiormente il carattere energico delle composizioni. Tra citazioni di Rino Gaetano ("Il Cielo E' Sempre Più Blu") e iconografia ispanica, i Negrita spaziano da reminescenze ska reggae alla Joe Strummer/UB40/Madness, a pregiati spunti melodici più autoctoni. Un lavoro onesto e convincente. MANUEL GENTILE


TIZIANO FERRO: Alla mia età
Tiziano Ferro vive a Londra e ha, fra le sue passioni, il calcio e il rugby. Una persona che lo conosce molto bene me lo ha descritto come una persona molto particolare. Non stento a crederlo. Quando lo ho ascoltato le prime volte mi aveva lasciato piuttosto perplesso. Uno stile vocale a volte forzato, un repertorio di livello qualitativo piuttosto discutibile. Eppure, pensavo che Tiziano Ferro fosse comunque un personaggio interessante, da seguire. Non mi ero sbagliato. Del resto, uno al tempo stesso collabora con Linea 77 e dedica una sua composizione a Raffaella Carrà qualcosa di particolare deve pur averlo, no? Il nuovo album consente di rivedere in chiave positiva ogni giudizio su di lui. E' un disco che rivela l'insospettata maturità artistica di un musicista che sembra aver raggiunto il giusto equilibrio. Lo stesso titolo del suo nuovo lavoro dà l'idea di una meta raggiunta, di un periodo della propria vita (e carriera) in cui si tirano le somme di quanto si è fatto, rivedendo i propri errori, e al tempo stesso guardando avanti. Significativo il video che accompagna la title track (un calciatore che sbaglia il rigore decisivo della stagione... sarà mica il De Rossi degli ultimi campionati europei?). L'interpretazione è superlativa, il brano davvero pregevole: il resto dell'opera si mantiene ad alti livelli, con uno spiccato gusto per soluzioni melodiche accattivanti e mai scontate. Un salto di qualità per Tiziano Ferro, che ha al suo attivo anche l'eccellente collaborazione come compositore e produttore nello spettacolare album d'esordio della rivelazione Giusy Ferreri (divina!). In definitiva, un grande! MANUEL GENTILE


LAURA PAUSINI: Primavera in anticipo
Di Laura Pausini – che ha una bellissima voce – mi piace la capacità di interpretare le canzoni, mentre non sono così convinto della qualità del suo repertorio. Non a caso, il grande successo, anche internazionale, per Laura è arrivato grazie alle covers di brani come "Io Canto" di Riccardo Cocciante e "Destinazione Paradiso" di Gianluca Grignani: splendide canzoni che lei ha impreziosito con le sue invidiabili doti vocali e la carica sentimentale che sprigiona ogni volta che ha in mano il microfono. L'ormai epocale concerto allo stadio Meazza (San Siro, per i nostalgici) di Milano – immortalato su dvd - rende bene l'idea di come Laura sappia valorizzare qualunque brano. Ma delle sue canzoni ci si ricorda solo qualche titolo sparso, e a malapena. Fa eccezione "La Solitudine", che la consacrò all'esordio sanremese, e che non a caso figura tuttora nelle sue scalette concertistiche. Attesissimo, è arrivato il suo nuovo lavoro, finalmente con nuove canzoni "sue". Non poteva mancare una legittima curiosità. Risultato? Nessuna sorpresa! Il disco è splendidamente prodotto, elegante, essenziale negli arrangiamenti. In una parola, ottimo. E' addirittura disponibile in tre diverse versioni, con tanto di edizione in lingua spagnola e video dvd. Resta però l'impressione che Laura Pausini sia destinata a valorizzare composizioni di livello poco più che di media levatura, e questo soltanto perchè – beata lei – è bravissima. In altri termini, si ascolta più lei che la canzone... . Lei fa il suo lavoro molto bene, comunque, e si dimostra ancora una volta estremamente professionale, con il contorno di ottimi musicisti. Alla fine però questo disco convince a metà, si mantiene sempre a buoni livelli, ma non ha episodi memorabili. E allora? Male che vada, un buon regalo natalizio per la morosa di turno... . MANUEL GENTILE


THE VERVE: Forth
Ne valeva la pena? Così tanti anni (dieci o giù di lì) per un nuovo album? Ai critici l'ardua sentenza. Io che sono (solo) un ascoltatore appassionato e spesso fazioso, non posso che essere contento del ritorno di uno dei nomi più prestigiosi del pop britannico, e posso immediatamente affermare che il nuovo album dei Verve non delude le attese. "Forth" è un disco di notevole spessore: dieci titoli, che fin dall'iniziale "Sit And Wonder" catturano l'attenzione per la genialità delle soluzioni armoniche e per i preziosi arrangiamenti, dove niente è lasciato al caso. Ascoltando la bella "Rather Be", è inevitabile il paragone con gli Oasis, anche loro appena ritornati con un disco di nuove canzoni: è celebre il controverso rapporto tra le due bands, viene subito in mente che i fratelli Gallagher hanno dedicato all'amico-rivale Richard Ashcroft uno dei loro capolavori, la celebre "Cast No Shadow". Diciamo subito che il confronto è improponibile: "Dig Out Your Soul" degli Oasis è un disco epocale, "Forth" è comunque un lavoro eccellente, improntato a una visione più intimista e meno chiassosa della psichedelia, con sorprendenti riferimenti alla new wave anni ottanta. Il pezzo forte del disco (autentico tormentone radiofonico) è "Love Is Pain", che richiama strutturalmente i più ispirati New Order, salvo avere un coretto di vocine dementi che sarebbe tanto piaciuto a Syd Barrett, ai tempi dei Pink Floyd di "The Piper At The Gates Of Dawn". Non mancano le aperture solennemente "sinfoniche" che hanno reso celebre in tempi passati lo stile del gruppo, ma il disco scorre via prevalentemente con tanta disarmante semplicità, a tratti davvero seducente. Ritmiche precise e deliziose armonie, qualche spunto beatlesiano, reminescenze d'epoca ("Numbness" sembra scritta da David Gilmour). Bravi interpreti di una musica senza tempo. MANUEL GENTILE


AC/DC: Black Ice
Grande ritorno per gli AC/DC: lo storico gruppo australiano torna con un nuovo album intitolato "Black Ice" proponendo quindici nuove composizioni nel classico stile ormai leggendario. Gli AC/DC sono unici: il loro energico suono è un inconfondibile marchio di fabbrica, difficilmente inquadrabile in etichette come heavy metal o hard rock. L'opener track "Rock'n'Roll Train" ricalca il riff della celebre "You Shock Me All Night Long", e vanta un discreto appeal radiofonico. "Skies On Fire" e "Big Jack" rivelano una formazione decisamente in forma e ben ispirata. Il ritmo talvolta rallenta (come in "Spoilin' For A Fight"), ma l'impatto è sempre duro. Disco decisamente interessante, mai banale. La lunga assenza dalla scena non ha attenuato la forza degli AC/DC, capaci di replicare le loro performances con un'inaspettata freschezza che rende straordinariamente attuale ogni momento di questa nuova opera. E' musica che coinvolge anche chi non è particolarmente patito di ritmiche poderose e chitarre roventi. La melodia non è mai trascurata da Angus Young e soci, e ogni titolo offre spunti intriganti e accattivanti. "She Likes Rock'n'Roll", "Rock'n'Roll Dream" e "Rockin All The Way" sprizzano adrenalina già dai titoli. Il disco si chiude in bellezza con la prestigiosa title track. Stampato anche in edizione limitata e in vinile da collezione "Black Ice" è destinato a rinverdire i fasti di un nome punto di riferimento di intere generazioni di rockettari: l'effetto "come back" si è già prodotto con il mitico album "Back In Black", che a più di vent'anni di distanza è prepotentemente rientrato nelle classifiche di vendita tricolori, riesumando le oscure e indimenticabili emozioni di "Hell Bells". E' solo rock'n'roll, ma mi piace (e molto). MANUEL GENTILE


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